HOUSE OF RISING SUN

domenica, ottobre 31, 2004

porca troia il momento è grigio. mi consolo notando che ho superato le mille visite, ma che nessuno di voi stronzi ha dedicato cinque minuti del suo tempo a leggere il mio racconto che gentilmente vi ho messo a disposizione. non chiedo molto solo un piccolo commento.

mercoledì, ottobre 13, 2004

cazzo è venuto un post un po' lungo... va beh se avete voglia di leggere il racconto che ho pubblicato mi farebbe piacere saper che cosa ne pensate.

Il suono insistentemente fastidioso della sveglia gli fece aprire gli occhi facendogli interrompere quello che, probabilmente, era uno dei più bei sogni che avesse mai fatto. Si era sempre chiesto come quelli che andavano dall'analista facessero a ricordarsi perfettamente i sogni, quando lui invece un momento dopo che si era svegliato e pensava a ciò che aveva visto nel sonno, non riusciva a cavare un ragno dal buco.
La sveglia digitale, che sul comodino si trovava a fianco ad una antologia di poesie di Rimbaud e a Tropico del cancro di Henry Miller, segnava le 7,22.
I suoi genitori avevano già finito di fare colazione e si stavano vestendo. Sarebbero usciti da lì a poco: suo padre si sarebbe diretto verso Cernusco sul Naviglio, dove lavorava in una ditta di grafica (sappiate che la maggior parte delle confezioni di medicinali che vedete e che comprate sono fatte dal padre del nostro eroe). C'erano molte cose per cui gli era grato, ma sicuramente quella più importante per lui era l'avergli trasmesso l'amore per il cinema.
Sua madre era una psichiatra di fama nazionale ed europea, che dirigeva con successo un centro di riabilitazione all'avanguardia per il recupero di persone schizofreniche o con manie di persecuzione.
In giornate normali sarebbe rimasto a letto a crogiolarsi in quella piacevole sensazione di torpore mattutino che si ha appena svegli; ma quella non era una giornata normale, non una come tutte le altre.
Era infatti il primo di luglio. Era il giorno della prova orale dell'esame di maturità. Era il giorno in cui si sarebbe finalmente sentito libero da compiti e interrogazioni. Il giorno dopo il quale avrebbe potuto fare quello che desiderava fare da più o meno cinque anni, da quando cioè era entrato per la prima volta in quel malefico edificio in via Benedetto Marcello 7, il Liceo Scientifico Statale Alessandro Volta: mandare letteralmente a fare in culo tutti i suoi professori, anche, anzi soprattutto quella di educazione fisica.
Non si era pentito tanto del fatto di aver scelto quel liceo invece di qualche altro, ma piuttosto dell'essersi iscritto alla classe sperimentale bilingue inglese-tedesco e aver esultato quando aveva ricevuto la notizia di essere stato accettato. Con il più classico dei senno di poi non avrebbe mai ripetuto una scelta del genere.
La giornata non prometteva bene. Nonostante l'estate fosse iniziata già da un paio di settimane il cielo era coperto e inoltre i suoi genitori distrattamente avevano sbagliato incoraggiamento. Gli avevano detto: ”Tanti auguri e mi raccomando pensa cinque secondi prima di rispondere”. E si sa che in casi come questi é meglio finire in bocca al lupo...
Appena alzatosi dal letto, fregandosene che fossero solo le sette e mezza di una mattina d'estate, che magari i suoi vicini stessero ancora dormendo, ma soprattutto non curante del fatto che suo fratello minore fosse ancora a letto visto che per lui la scuola era finita il sette di giugno (ma se vogliamo quella era una piccola vendetta che si prendeva con lui e con tutti), accese lo stereo e subito fece risuonare in tutta la casa una canzone degli Smashing Pumpkins, ad un volume così alto che non gli permetteva di sentire le grida del fratellino che lo malediceva con insulti che non erano certo adatti ad un bambino di tredici anni.
“Today is the greatest day”, così cantava Billy Corgan e lui riteneva che quel verso fosse particolarmente adatto per l'occasione.
Il suo desiderio più grande era quello di presentarsi davanti alla commissione con la camicia che alcuni compagni di classe gli avevano regalato l'anno prima per il suo diciottesimo compleanno. Era una delle camicie più stravaganti che avesse mai visto: nera con delle decorazioni colorate di giallo, arancione e rosso che erano un misto tra fiori e dei soli con i sfavillanti raggi.
Quando sua madre l'aveva saputo gli aveva urlato dietro l'ira di dio, dandogli dello stupido, dell'incosciente e dell'esibizionista. C'era stato un violento scontro durato per settimane, ma alla fine erano arrivati al compromesso che durante l'esame avrebbe indossato una semplice ed elegante polo, ma che, subito dopo che il presidente di commissione avrebbe pronunciato le fatidiche parole: ”Basta così, lei può andare”, avrebbe tirato fuori dallo zaino la camicia, l'avrebbe indossata e avrebbe stretto la mano ai suoi professori. Era un compromesso più che accettabile.
Così preparò lo zaino con tutti i libri di testo, la tesina, le fotocopie per i professori e il presidente di commissione, Tropico del cancro, che avrebbe letto nell'attesa per rilassarsi, e
naturalmente la camicia.
Nel frattempo, indifferente alle richieste di silenzio di suo fratello, aveva cambiato disco e aveva messo su la canzone dei Rolling Stones Jampin' Jack Flash che gli aveva sempre dato una certa carica, e chi conosce quella canzone può capire perché.
Il mezzo litro di caffè-latte che si era preparato per colazione e i sei etti di frollini che si era brutalmente e avidamente mangiato non sembravano avergli fatto effetto. Sperava solo che la quantità non gli facesse fare, proprio mentre rispondeva al presidente in merito alla reazione termo-nucleare nelle stelle, uno di quei rutti digestivi che si fanno con i propri amici.
Si erano ormai fatte le otto meno dieci. Decise di uscire anche se il suo esame sarebbe cominciato solo verso le dieci, perché voleva andare a prendersi un altro caffè al bar Sorriso e rileggersi al parco la sua tesina sul viaggio iniziatico.
Ma soprattutto voleva riprendersi un po' dopo che stupidamente la sera prima aveva festeggiato fino a tardi la vittoria dell'Italia ai mondiali di calcio (tre a due con l'Argentina con reti prima di Crespo e Lopez e poi la straordinaria rimonta degli azzurri grazie ai gol di Inzaghi, Montella e di Maldini), ma d'altronde se si chiama “maturità” ci sarà un motivo.
Aveva sempre avuto una strana capacità: riuscire a trovare la canzone adatta per ogni situazione particolare. Anche in questo si vedeva l'eredità di suo padre, grande intenditore di musica oltre che di cinema.
Ai giardini pubblici si era portato dietro il lettore CD con dentro il primo spettacolare disco dei Doors; si era disteso sull'erba con la pancia rivolta verso il sole che timidamente sbucava dalle nuvole di smog e, con le cuffie nelle orecchie, stava ascoltando le bellissime parole di Jim Morrison: ”This is the end, beautiful friend”.
Dopo che si fu ascoltato tutti e undici, quasi dodici, i minuti della canzone, passò a Light my fire, salì sulla sua vecchia bicicletta e andò incontro al suo destino.
Pensava che quell'anno Milano non sembrava la stessa del luglio prima.
Ci fu un momento in cui il nostro futuro maturato rimase folgorato da quello che vide. Si trovava all'inizio di corso Buenos Aires, all'altezza di quell'edicola famosa per essere in città la più fornita di giornali porno.
All'improvviso il cielo si aprì come il mar Rosso al passaggio degli ebrei; il corso fu inondato da un fiume di luce e lui riuscì a vedere fino alle montagne laggiù in fondo.
Ma dietro di lui, dato che si era fermato in mezzo alla strada, si era formata una colonna di macchine e stava venendo coperto con i peggiori insulti. Fu costretto a ripartire e a lasciare la sua visione.
Suonò il campanello della scuola, ma dovette aspettare qualche minuto prima che Franco, il “gobbo di Notre-Dame” del Volta, venisse ad aprire. Si diresse verso l'ala più lontana dell'edificio dove c'erano le aule per gli orali e appena arrivato in corridoio vide che ad aspettarlo per vedere la sua performance c'erano molti sui compagni di classe, amici anche di quarta o di terza, ma subito notò che lei non c'era.
Andò verso l'ultima classe in fondo dove lo stavano aspettando: tutti erano lì per lui dato che era il primo della sua classe e il primo della scuola, forse anche il primo di Milano.
Entrò, salutò i professori e il presidente, sistemò lo zaino con i libri vicino alla sedia e infine si sedette.
Silenzio. Nella stanza non volava una mosca. Nonostante che le finestre fossero aperte fuori non passava una macchina e caso strano volle che non ne passò una per tutta la durata dell'esame.
Ci fu qualche secondo di imbarazzo, quindi il presidente disse: ”Bene, possiamo cominciare. Inizi pure con la sua tesina”.
La sua mente in quel momento era sgombra da qualsiasi conoscenza scolastica, non si ricordava più niente, stava ancora pensando a lei. Solo quando consegnò la scaletta del suo discorso ai membri della commissione si ricordò che cazzo ci faceva lì e di che cosa doveva parlare.
Dopo quel blocco momentaneo incominciò a parlare con una scorrevolezza che non si riconosceva, era abbastanza calmo, si sentiva sicuro di sé e stava effettivamente andando alla grande. Tutti i professori, anche quelli non coinvolti nella tesina si mostravano interessati, dei suoi compagni dietro di lui alcuni sorridevano (quelli che già lo avevano sentito esporre l'argomento), altri rimasero sgomenti dalla sua esposizione.
Ma poi qualcosa cambiò!
La coordinatrice di classe, quella stronza che insegna storia e filosofia, disse: ”Se il presidente é d'accordo, direi che con il percorso orale ci fermiamo qua e che possiamo incominciare con le interrogazioni materia per materia”.
Dato che la tesina non comprendeva argomenti scientifici, fu la prof. di fisica ad iniziare con le domande chiedendogli di parlare del campo magnetico. Dopo fu la volta del presidente che, essendo un insegnante di scienze, gli chiese di parlare dei vari tipi di rocce e della loro composizione chimica.
L'unica che fece delle domande connesse in qualche modo con il viaggio iniziatico fu quella di italiano e latino.
Ci furono due momenti durante l'esame in cui il nostro eroe sembrò crollare: il primo quando esitò un po' ad una domanda di filosofia sulla concezione della vita nell'idealismo e in particolare in Hegel, il secondo quando il prof. di inglese, ma in quel caso di tutte e due le lingue, gli chiese di analizzare una poesia di un scrittore tedesco sconosciuto che però apparteneva al romanticismo. Ma alla fine se la cavò bene anche in questi due casi.
Poi, verso la fine, sempre l'insegnante di inglese incominciò una domanda in questo modo: ”So, do you...” e fece una pausa.
In quel momento il nostro eroe si mise a cantare, nella sua testa ovviamente, una delle più famose canzoni dei Pink Floyd: Wish You Were Here. “So, do you think you can tell? Heaven from hell”.
Questo aveva in mente mentre il prof. gli chiedeva di esporre brevemente le concezione della storia di Yeats, e fu quindi costretto a chiedere, per altro in un inglese perfetto, se era possibile risentire la domanda.

mercoledì, ottobre 06, 2004

comunque con l'adsl e tutta un'altra cosa.

domenica, ottobre 03, 2004

una giornataccia. ieri sera ero in macchina con mio fratello e si stava andando ad una festa quando facendo una svolta a sinistra non so neanche io come ho fatto ma ho cioccato contro un muretto e ho sfasciato i fanale davanti a sinistra. la macchina però andava. siamo tornati poi a casa senza il mionimo problema. oggi la prendono i miei genitori e la macchina non parte. non c'é iniezione. porca puttana.
e non idea se poi domani inizino veramente i corsi in università o no.